mercoledì 12 novembre 2014

Sorrisi e Suoni dal mondo



Kerygma ONLUS domenica 16 novembre 2014 dalle ore in piazzale del Verano, 3 invita all’evento di beneficenza Sorrisi e suoni dal mondo. Aperitivo e mostra fotografica di Francesca Napoli alle ore 19 e a seguire concerto dei Luz Y Norte Musical.

L’evento si inserisce nell’ambito del progetto “Se mi accogli sono a casa” finalizzato a raccogliere fondi per l'integrazione sociale e l'autonomia alloggiativa delle famiglie di rifugiati politici.

I rifugiati sono persone fuggite dal proprio Paese di origine a causa di guerre e persecuzioni. Uomini, donne e bambini costretti ad intraprendere lunghi viaggi, ad abbandonare le proprie case ed i propri affetti, spinti solo dalla speranza di sopravvivere.

Salome in Kenya aveva un lavoro rispettabile, una casa confortevole e una splendida famiglia. Oggi possiede solo la sua immensa forza ed il sogno di ricominciare una vita normale assieme ai suoi due figli qui in Italia.

Il progetto "Se mi accogli sono a casa" nasce dal desiderio di accompagnare persone come Salome nel difficile e coraggioso viaggio verso l'integrazione, perché accogliere non vuol dire solo aprire le braccia, ma anche tendere le mani.

Sarà possibile sostenere il progetto mediante donazioni libere durante l’evento.

per info e prenotazioni:
cell 333 4463699 - 347 4373086 

info@casadellemelodie.it 

giovedì 9 maggio 2013

Come si diventa cittadini italiani



La ministra dell’integrazione Cécile Kyenge vorrebbe dare la cittadinanza italiana alle persone che nascono in Italia, ma la legge attuale non lo permette. Come si diventa oggi cittadini italiani?
Il requisito principale per essere cittadini italiani è avere il padre o la madre italiani.
La cittadinanza è una condizione che lega un individuo e uno stato, e comporta diritti e doveri. Tra i diritti ci sono quelli civili come la libertà personale o l’uguaglianza di fronte alla legge, quelli politici come il diritto di voto o la possibilità di ottenere incarichi pubblici, e quelli sociali come il diritto alla salute e al lavoro. Tra i doveri c’è la fedeltà allo stato, che in certi paesi può tradursi nel servizio militare obbligatorio.
Chi non ha la cittadinanza del paese in cui si trova è straniero (se è cittadino di un altro paese) o apolide (se non ha nessuna cittadinanza).
I princìpi su cui si basano gli stati per concedere la cittadinanza agli stranieri residenti sul proprio territorio sono fondamentalmente tre: ius soliius sanguinis e ius domicilii. Ma le leggi che applicano questi princìpi cambiano da paese a paese.
Ius sanguinis (diritto di sangue): in base a questo principio la cittadinanza di uno stato spetta ai figli dei suoi cittadini (e in certi casi anche a discendenti più lontani), a prescindere dal luogo in cui nascono. La cittadinanza italiana si basa principalmente su questa regola.
Ius soli (diritto del suolo): in questo caso la cittadinanza spetta a tutte le persone che nascono sul territorio dello stato, indipendentemente dalla cittadinanza dei loro genitori.
Ius domicilii (diritto del domicilio): la cittadinanza è concessa a chi risiede stabilmente nel territorio di uno stato. La durata minima del periodo di residenza cambia da paese a paese: in Belgio è di tre anni, in Austria o in Spagna di dieci.
Si può diventare cittadino di un paese anche per iure communicatio, cioè attraverso la trasmissione della cittadinanza da un componente all’altro all’interno di una famiglia (per esempio, con il matrimonio o l’adozione).
Altri modi per diventare italiani
I figli di persone non identificate, di apolidi, o i figli di stranieri che non prendono automaticamente la cittadinanza dei genitori diventano cittadini italiani se nascono in Italia (iure soli).
Gli stranieri che hanno antenati diretti italiani possono diventare italiani se sono nati in Italia o se risiedono nel nostro paese da almeno tre anni.
La cittadinanza spetta anche agli stranieri maggiorenni adottati da italiani e residenti da cinque anni in Italia, e agli stranieri nati in Italia che mantengono la residenza nel nostro paese fino a quando diventano maggiorenni.
In base alla legge attuale gli immigrati possono chiedere la cittadinanza italiana se hanno avuto la residenza in Italia per almeno dieci anni consecutivi. Una volta ottenuta la cittadinanza possono trasmetterla ai loro figli.
Quindi, uno straniero che arriva in Italia da adulto può ottenere la cittadinanza dopo dieci anni. Invece se nasce in Italia deve aspettarne diciotto.
La ministra dell’integrazione Cécile Kyenge vorrebbe cambiare la legge sulla cittadinanza dando più peso allo ius soli: cioè vorrebbe che fosse più facile ottenere la cittadinanza italiana per chi nasce in Italia.
La cittadinanza nel resto d’Europa
Nella maggioranza dei paesi dell’Unione europea, le leggi per attribuire la cittadinanza mettono insieme ius sanguinisius soli e altre condizioni come la presenza prolungata nel paese, la conoscenza della lingua, una fedina penale pulita, la frequentazione di scuole nazionali. Ci sono differenze per quanto riguarda i requisiti, i vincoli e le procedure.
La legge francese prevede che i figli di immigrati ottengano automaticamente la cittadinanza quando diventano maggiorenni, se sono nati in Francia e hanno vissuto lì per almeno cinque anni. La procedura può anche essere anticipata: a sedici anni serve una dichiarazione della persona direttamente interessata, a tredici anni una richiesta dei genitori.
In Germania se uno dei due genitori vive legalmente sul territorio da almeno otto anni può ottenere la cittadinanza per i figli alla nascita.
In Spagna diventa cittadino chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.
Il Regno Unito, a determinate condizioni (si deve possedere l’indefinite leave to remain oppure il right of abode), concede la cittadinanza a chi nasce sul suo territorio da una persona che risiede legalmente nel paese.
Lo ius soli non è previsto a Cipro, in Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Svezia.
(Anna Franchin)
Fonte: http://www.internazionale.it/news/da-sapere/2013/05/08/come-si-diventa-cittadini-italiani/

Germania, boom immigrazione: un milione di nuovi arrivi, più 40% di italiani

Il flusso migratorio verso la Germania ha toccato nel 2012 un nuovo record da 17 anni a questa parte a causa del netto aumento dell'immigrazione da Paesi dell'Unione europea, in particolare dai Paesi meridionali dell'Eurozona schiacciati dalla recessione. Secondo i dati preliminari diffusi dall'Ufficio di statistica, Destatis, l'anno scorso 1,08 milioni di persone si sono trasferite in Germania, un aumento del 13% rispetto al 2011, un volume da ultimo osservato nel 1995.

I NUMERI - L'emigrazione dalla Germania verso altri Paesi ha riguardato, invece, 712 mila persone, un aumento annuo di 33 mila unità o del 5% così che il saldo è un aumento di 369 mila del flusso verso il Paese, anche questo un nuovo record dal 1995. Sul totale degli immigrati, 966 mila erano stranieri (+15% rispetto al 2011) e ad aumentare sono stati soprattutto gli arrivi dall'Unione Europea (+18% o 96 mila persone) con un picco fra i Paesi in crisi e un forte aumento tra gli italiani: gli arrivi dal nostro Paese sono aumentati del 40% rispetto al 2011 (+ 12 mila persone), quelli dalla Spagna del 45% (+ 9mila) e quelli da Grecia e Portogallo del 43% per ciascun paese con incrementi rispettivamente di 10mila e 4.000 persone, al netto dei deflussi di tedeschi verso questi Paesi.

L'IMMIGRAZIONE - In aumento anche l'immigrazione da Paesi di recente adesione alla Ue come Slovenia (+62%), Ungheria (+31%), Romania (+23%), Bulgaria (+14%) e Polonia (+8%) dal quale proviene, in termini assoluti, il gruppo più numeroso di nuovi immigranti. Tre quarti degli immigrati si è diretta verso cinque Bundeslaender, nell'ordine Baviera, Renania del Nord-Vestfalia, Baden-Wuerttemberg, Assia e Bassa Sassonia. Secondo il consiglio di esperti della Fondazione tedesca sull'integrazione e la migrazione (Svr), i nuovi immigranti sono circa 10 anni più giovani della media dei cittadini tedeschi e hanno nella maggioranza una laurea universitaria.

sabato 28 luglio 2012



Emergency, chiude il mensile "E". Gino Strada: "O il giornale o gli ospedali"



Si spegne nel totale silenzio la voce di Emergency. Mercoledì prossimo uscirà l’ultimo numero di “E”, il mensile dell’organizzazione umanitaria che nel 2011 aveva tentato di portare nelle edicole i grandi temi della cultura dei diritti e della pace, i reportage dai teatri di guerra e dagli ospedali. Chiude anche l’edizione online che era poi l’evoluzione di PeaceReporter, il canale di informazione per il web quasi 10 anni fa. Venti i giornalisti che si troveranno per strada. “Una scelta dolorosa ma necessaria – spiega Gino Strada – perché ci siamo trovati a scegliere se tenere aperte queste attività di informazione e gli ospedali. E abbiamo fatto una scelta anche se ci colpisce al cuore”.
L’intero budget per l’edizione 2012 era di 600mila euro. Non molto per la verità, soprattutto a fronte del via libera all’ennesimo finanziamento pubblico da parte del Senato a organi di partito e giornali “amici” per 120 milioni di euro, per di più aumentati rispetto ai 47 del precedente decreto. “Non abbiamo chiesto soccorso a nessuno, non è nella nostra filosofia. Ma non posso dire che siamo stati aiutati, visto che solo i costi di spedizione dei nostri materiali informativi, come per tutto il settore, sono aumentati del 500% nel giro di pochi mesi”, dice Strada.
“Certo, il nostro progetto forse meritava di essere sostenuto, così come i nostri ospedali. Ma si preferisce fare la spending review tagliando sanità, istruzione e quant’altro per poi comprare allegramente armi da guerra e lanciarsi in missioni che non hanno nulla a che fare con la pace, ma obbediscono a logiche lontane dagli italiani, come in Afghanistan. Essere lì ci costa un miliardo all’anno e ci siamo da dieci anni, per quali interessi e logiche è fin troppo chiaro e cioè per servilismo nei confronti degli Stati Uniti. Non c’è altra ragione plausibile e ora lo ammettono pure i generali, siamo lì a bombardare, stiamo partecipando a un crimine di guerra finalizzato a mettere le mani sul petrolio, in sprezzo alle Nazioni Unite. Con quali conseguenze per la popolazione, da domani, sarà più difficile raccontarlo agli italiani”.
Il riferimento è all’ultimo articolo sulla missione italiana a Herat che ha confermato l’impiego di cacciabombardieri e di bombe e a seguito del quale il governo è stato chiamato a riferire in aula proprio ieri. Tra edicole e abbonamenti “E” vendeva all’incirca ventimila copie. “Non pochissime, secondo me – sostiene il direttore Gianni Mura – se teniamo conto della crisi. Molti hanno rinunciato al quotidiano e il taglio si ripercuote con maggior forza su settimanali e mensili. La crisi pesa anche sull’editore, cioè su Emergency, che non è più disponibile ad accollarsi il passivo (non esorbitante) della gestione”.
Il macigno al progetto è arrivato con l’ennesima flessione delle donazioni che nel 2011 ha colpito tutto il terzo settore segnando un calo del 26%. Il primo pensiero di Cecilia Strada, che nel progetto aveva creduto moltissimo, va ai venti redattori cui “erano tutti regolarmente assunti, oggi non possiamo più garantire loro un futuro lavorativo”. E dietro arrivano vagoni di amarezza e altrettanti spunti di riflessione sull’Italia, un Paese che funziona al contrario. “Le cose vanno alla rovescia – dice Cecilia – i soldi sono sempre meno, la crisi è più forte e gli ospedali sono sempre più pieni. Ma si taglia la spesa pubblica per scuola e sanità negandole a strati sempre più vasti di popolazione. Anche questa è una guerra, ovunque c’è un diritto negato ce n’è una, anche se non ci sono di mezzo le pallottole e le bombe a renderla evidente. Ecco, noi avevamo anche la volontà di raccontare queste guerre che non sono lontane, le abbiamo qui in casa, con morti e feriti”.
Emergency infatti nasce nel 1994 e diventa un punto di riferimento per i suoi ospedali in teatri di guerra lontani. Ma da tempo ha rivolto parte delle sue attività anche all’Italia aprendo quattro ambulatori (a Marghera e Palermo e poi due autobus itineranti). “Erano nati partendo dai bisogni dei cittadini stranieri irregolari cui per ovvi motivi era negato l’accesso alle strutture sanitarie pubbliche. Poi abbiamo cominciato a visitare i regolari che per altri motivi, soprattutto economici, non riescono neppure a fruire delle prestazioni cui hanno pure diritto, almeno sulla carta”.
E nell’ultimo anno e mezzo gli ambulatori hanno dovuto farsi carico di un numero crescente di cittadini italiani. “Su 7mila visite e prestazioni circa il 20%, ed è un dato che ci lascia sgomenti perché è il prezzo della crisi e delle scelte che si stanno compiendo. In vite umane e diritti, non diversamente che nei teatri di guerra”. Gli italiani cercano soprattutto cure dentistiche e visite ginecologiche perché perfino quelli esenti da ticket per ragioni di reddito devono sostenere i rimborsi per le spese dei materiali o l’acquisto dei medicinali. “E per un disoccupato o un pensionato spesso è un problema, senza contare che come rileva il Censis, ci sono 9 milioni di italiani che non si possono permettere il ticket. Se non è una guerra anche questa…”.


(FONTE)

domenica 10 giugno 2012

Convegno: “Immigrazione: una sfida e una necessità – Proposte per un salto di qualità”




Il Partito Radicale organizza per giovedì 14 giugno, dalle 9.30 alle 18.30, presso il Senato della Repubblica (Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani) un convegno dal titolo: “Immigrazione: una sfida e una necessità – Proposte per un salto di qualità”.
Sono previsti, fra gli altri, gli interventi dei ministri dell’Interno Anna Maria Cancellieri e dell’Integrazione Andrea Riccardi. In allegato, la scheda completa del convegno.
Il convegno sarà l'occasione per avanzare alcune proposte e capire le intenzioni dei ministri per le settimane successive. I temi saranno diversi: dai respingimenti ai rimpatri, al decreto sul lavoro nero ora in discussione in Parlamento, alle politiche d'integrazione, all'attuazione del “piano nomadi” approvato dal Consiglio dei Ministri.

Per esigenze organizzative, è indispensabile comunicare in anticipo i nominativi delle persone che intendono essere presenti; vi preghiamo di trasmetterli alla nostra segreteria (indirizzo mailsegreteria.bonino@senato.it ).

mercoledì 23 maggio 2012

Immigrati trattati come schiavi: 16 arresti Blitz anche a Nardò


LECCE - «Ci diedero un panino che non mangiai nemmeno per quanto ero disperato». È la frase emblematica di una delle poche vittime che ha trovato il coraggio di ribellarsi e di fare arrestate una banda composta da 22 persone che ha sfruttato nelle campagne di Nardò centinaia di clandestini tunisini e ghanesi, costringendoli a raccogliere angurie e pomodori in cambio di una paga che non superava i due euro l'ora. Tra le persone finite in carcere non ci sono solo i soliti schiavisti extracomunitari ma anche dieci imprenditori italiani tra i quali spicca il nome di Pantaleo Latino, di 48 anni, il "re delle angurie" del Salento. Secondo l'accusa, i datori di lavoro sono stati complici dei caporali e promotori del "sistema illecito" e si sono arricchiti utilizzando pratiche di lavoro degne di un sistema «para-schiavistico». Di riduzione in schiavitù si parla infatti nel provvedimento di arresto notificato a 16 dei 22 indagati mentre sei persone sono riuscite a sfuggire alla cattura. 



I fatti sono precedenti alla protesta degli immigrati contro lo sfruttamento e il caporalato che riguardò l'estate scorsa la masseria Boncuri di Nardò. Ma anche questi immigrati lavoravano e vivevano in condizioni a dir poco disumane. Quasi tutti percepivano una retribuzione lorda di 20-25 euro al giorno dalla quale si vedevano decurtate dai caporali le spese di vitto, alloggio e di trasporto nei campi. Il vitto consisteva nell'essere ammassato il più delle volte in casolari di campagna abbandonati e fatiscenti, senza infissi, energia elettrica, acqua e con il tetto in eternit. Il cibo, invece, non andava oltre un panino. Per non parlare dell'acqua che non veniva somministrata neppure durante il mese del Ramadan quando i musulmani digiunano e hanno bisogno di bere molto per evitare le insolazioni nei campi dove gli immigrati lavoravano 10-12 ore al giorno senza fare pause e senza giorno di riposo per l'intero ciclo di raccolta. Il gruppo criminale smantellato all'alba dai carabinieri del Ros e del Nil - secondo la Dda di Lecce - era costituito da italiani, algerini, tunisini e sudanesi e operava in Puglia, Sicilia, Calabria e Tunisia. Era dedito alla tratta di esseri umani, al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e allo sfruttamento lavorativo dei nordafricani che venivano adescati nei loro villaggi inseguendo il sogno di una paga dignitosa e di buone condizioni di vita. I clandestini - secondo le indagini - venivano solitamente imbarcati dal porto tunisino di Halk El Wed e, dopo un lungo viaggio della speranza, approdavano in Sicilia da dove raggiungevano la Calabria e, infine, il Salento. Qui erano vittime del cartello criminale composto da datori di lavoro, caporali e da capi squadra che sorvegliavano il lavoro nei campi. Dalle intercettazioni telefoniche emergono chiaramente le condizioni lavorative disumane a cui erano costretti gli immigrati. «Ora quelli te li sfianco fino a questa sera...», dice un caporale. «Soli sono stati! Morti di sonno, di fame e de... de sete...»; «...e quelli volevano pure bere e non c'era nessuno che gli dava l'acqua...», ribatte sogghignando un capo squadra.



"Sabr", sulle tratte degli schiavi moderni: sedici in arresto


Ecco i nomi delle persone arrestate: 
Meki Adem, 52 anni, di Alobaud (Sudan)
Belgacem Ben Bechir Aifa, 42 anni, nato a Chorbane (Tunisia) e residente a Nardò
Bilel Ben Ayaia, 29 anni, nato a Jendouba (Tunisia) e residente a Nardò; 
Giuseppe Cavarra, 34 anni, nato a Noto (Siracusa) Marcello Corvo, 52 anni di Nardò
Bruno Filieri, 49 anni, di Nardò
Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto "capo dei capi" o il "Sabr", 42 anni, nato a Tunisi
Pantaleo Latino, 58 anni, di Nardò
Rosaria Mallia, 35 anni, nata a Noto (Siracusa)
Livio Mandolfo, 47 anni, di Nardò
Corrado Manfredi, 59 anni, di Scorrano
Tahar Ben Rhouma Mehdaoui, nato a Ouled Medhi (Tunisia) e residente a Nardò
Salvatore Pano, 46 anni, di Nardò
Giovanni Petrelli, 50 anni, di Carmiano
Nizar Tanjar, 35 anni, nato in Sudan
Houcine Zroud, 47 anni, nato a Mahdia (Tunisia)

Le donne che studiano muoiono


La Cnn ci parla di un nuovo caso di avvelenamento nei confronti di giovani studentesse e delle loro insegnanti. Questa volta sono 122 le ragazze coinvolte, dall’età compresa tra 15 e 18 anni, oltre a tre maestre, le quali sono rimaste vittima di un attacco compiuto con un particolare spray nella provincia di Takhar.
SOSTANZA SCONOSCIUTA - L’attacco è avvenuto nella città di Talokhan nella scuola femminile di Bibi Hajera. Al momento sono ancora in ospedale quaranta ragazze. Tutte manifestano vertigini, vomito, mal di testa e perdita di conoscenza. I medici hanno spedito campioni di sangue a Kabul per determinare quale sia la sostanza usata per l’avvelenamento. Le ragazze hanno denunciato un forte trauma per quanto accaduto, come confermato dall’autorità sanitaria.
OPERA DEI TALEBANI - Khalilullah Aseer, portavoce della polizia della provincia di Takhar ha spiegato chi si nasconde dietro questo attentato: “la popolazione afghana sa che dietro questi atti si nascondono i talebani, i quali fanno questo per evitare che le ragazze vadano a scuola. Ormai lo sanno tutti, e ora che la democrazia sta prendendo piede in Afghanistan tutti noi vogliamo che le ragazze vengano educate. Ma non è quello che vogliono i nemici del Governo”.