lunedì 30 aprile 2012

Tunisia: la libertà e il dopo..(di Ouejdane Mejri)

“Avete fatto cadere un dittatore e ottenuto la libertà tanto auspicata, e poi ? ora cosa succederà?” continuano a chiedermi gli italiani e non solo.


A un anno e qualche mese dopo la fuga di Ben Ali dalla Tunisia e la propagazione senza precedenti nel mondo arabo di un’onda rivoluzionaria, pochi riescono a cogliere la forza e la determinazione di questo movimento di liberazione.
La paura del domani sembra essere l’unico motore che tanti occidentali, ma anche arabi, sentono vibrare nel loro cuore. “In quale incubo finiranno queste società arabe vergini di democrazia e di libertà”, si chiedono giornali e giornalisti, esperti di politica estera e studiosi di rivoluzioni per poi sentenziare che abbiamo la scelta tra finire nelle grinfie dell’integralismo salafista oscurantista o quello del ritorno verso una tirrania, anche qui senz’altro di stampo islamico. Perché in fondo tanti si chiedono, come si potrebbe coniugare islam con democrazia?

La mia risposta a questa domanda la traggo dalla mia fiducia nel mio popolo.
Fiducia che nasce nei giorni buii della rivoluzione in cui il muro della paura è stato distrutto da tutti quelli che per la prima volta in 23 anni hanno deciso di affrontare la dittattura e il suo regime di polizia, senza curarsi della repressione, delle torture, degli arresti e delle pallottole che esso sparava contro i manifestanti disarmati.
Questa fiducia la traggo dal senso civico che milioni di tunisini hanno dimostrato andando a votare per le prime elezioni della assemblea costituente. Questa stessa fiducia la traggo dalle battaglie quotidiane che la società civile tunisina sta portando avanti dal 14 gennaio 2011 fino ad oggi per palliare a tutti quei vuoti di democrazia e di convivenza civile che sono stati scavati sotto il regime.

La Tunisia e il suo valoroso popolo sta esercitando per la prima volta nella sua storia moderna la libertà di espressione tramite la nascita di decine di testate giornalistiche e centinaia di giornali online e blog.
La qualità dell’informazione è altalenante ma è talmente ricca di contraddizioni e di contrapposizioni che il profumo di democrazia non può non travolgere il lettore.
Chi avrebbe mai immaginato di vedere manifestazioni artistiche libere contrapporsi a quelle dei salafisti ortodossi in uno scontro tra modernità e tradizionalismo, dopo aver vissuto l’uniformizzazione sociale che ci aveva imposto la dittatura. La politica invece sembra un campo di battaglia pacifica che vede le posizioni contrapposte discutere a colpi di articoli, video e sit-in delle scelte della classe dirigente attuale.
Quest’ultima è composta principalmente da partiti politici che erano esiliati durante il regime di Ben Ali e che sono tornati in Tunisia per esercitare per la prima volta quella tanto sognata pluralità. Il partito islamico Ennahdha, maggioritario nelle ultime elezioni sta dirigendo i ministeri con grande fatica, navigando in acque difficili tra la chiara inesperienza, la voglia di riformare senza però cadere negli estremismi religiosi che una parte della base popolare richiede e la contro-rivoluzione attivata dagli ex del regime tutt’ora ancorati nelle amministrazioni pubbliche.

Dall’altra parte l’opposizione maggiormente laica sta anticipando ogni mossa che potrebbe essere di tipo tradizionalista e che potrebbe andare a toccare tra l’altro i diritti delle donne, alquanto preziosi per i tunisini.
Ridurre la questione della transizione democratica tunisina a un solo fatto di islamismo, di identità religiosa e di paura di un salafismo presente in prima linea nelle testate giornalistiche trasforma questa fase così delicata e cruciale per il paese a una lettura semplicista in chiave di scontro delle civiltà.
La rivoluzione ha chiamato principalmente alla libertà e alla dignità sociale e come diceva un giovane di Sidi Bouzid poche settimane fa “oggi abbiamo la libertà e speriamo di riuscire a raggiungere la dignità”.

La libertà si è manifestata per una parte della società tunisina nella possibilità di eleggere un partito islamista, ma anche di non votarlo. Quella di affrontare la polizia nelle manifestazioni post 14 gennaio o di chiedere giustizia per i martiri e i feriti della rivoluzione.
Quella di vedere donne con il velo e senza velo portare la bandiera tunisina l’8 marzo gridando che sono prima di tutto cittadine. Quella di cercare oggi di parlare per la prima volta delle torture che hanno subito centinaia di oppositori politici tra cui islamisti del governo ma anche gente della sinistra e del movimento sindacalista.
La libertà di essere diversi anche negli estremismi battendo la vecchia dittatura che ci voleva tutti uguali e sottomessi.

La sfida oggi del mio popolo è quella di reinventarsi un modello economico che vada a costruire una società più equa che dia opportunità ai giovani troppo spesso messi tra la scelta di buttarsi in mare verso l’Eldorado europeo oppure a passare la giornata nei bar a sorseggiare un caffé amaro nella speranza di un futuro migliore.
La sfida del mio popolo è quella di continuare a essere diversi cercando di trovare l’equilibrio che la vera democrazia garantisce per la convivenza tra cittadini plurali.
La sfida del mio popolo è quella di non cadere di nuovo nella paura, paura di non riuscire a coniugare le varie identità tunisine con la modernità, ma anche di non riuscire a riformare queste identità in vista di una nuova era. La sfida del mio popolo ora è anche quella di sconfiggere in modo definitivo la piovra del regime che ha perso la testa con la fuga di Ben Ali ma che continua a cercare di sopravvivere.

In questo momento così ricco, contraddittorio e minaccioso per la democrazia l’unica via è quella di continuare a battersi tutti quanti cittadini liberi per la costuzione di una costituzione che garantisca le libertà individuali ma anche per proporre vere riforme “rivoluzionarie” che vadano a guardare per la prima volta il nostro paese nella sua complessità senza copiare modelli economici e politici esteri, che oggi stanno dimostrando la loro estrema fragilità.

Concluderei rassicurando quelli che continuano ad avere una paura cieca dell’islamismo politico con la dichiarazione del partito Ennahda di non volersi affatto basare sulla Sharia islamica nelle sue proposte per la costituzione che ha fatto intitolare i scettici editorialisti del quotidiano francese Le Monde “Quegli islamisti che non vogliono la Sharia”.
Non solo un islamista ma credo profondamente nella pluralità politica e nella discussione aperta sulle differenze di convinzioni e di appartenenze. Un principio che ho imparato dalla Dichiarazioni Universale dei Diritti dell’Uomo e per cui mi batterò, per vederlo applicarsi veramente sia in Tunisia sia in questo occidente che mi ospita.
E vi posso assicurare che non sono sola.


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