Come minimo bisogna riconoscere che questi Wanda, Nattawipa, Shyra, Ignacio, Fan Li hanno, dell’Italia, una visione meno stereotipata di Woody Allen. Dalle foto dei liceali stranieri salta fuori un Paese colorato e sorridente ma non da cartolina, dove i tortellini si mangiano con le bacchette, piove spesso e ci si ripara col k-way; e il tricolore sventola sì, ma sopra una signora che pulisce le strade. Quanto ai paesaggi, invece della Trinità dei Monti in mielata luce alleniana di «To Rome With Love» ecco il meno convenzionale Duomo di Noto, e pure un Lago di Viverone vagamente cinese.
Gli autori hanno dai 15 ai 18 anni e sono tutti partecipanti ai programmi Intercultura, ragazzi di 60 Paesi che stanno trascorrendo un anno di liceo in Italia. Diciassettenni le tre vincitrici, che il 9 maggio, Festa dell’Europa, incontreranno a Milano insieme a un centinaio di altri studenti i visitatori della mostra che, alla stazione del Passante ferroviario di Porta Garibaldi, presenta fino al 15 maggio le loro immagini. E insieme all’efficacia educativa di un progetto che mette a contatto lingue e popoli diversi, quello che ne risulta è l’occasione di capire come ci vede il pianeta. Quello fresco, 2.0, che balla l’hip hop e twitta con i cugini rimasti in Thailandia o in Russia.
Ricorda Raffaele Pirola, responsabile della comunicazione di Intercultura, che i giovani fotografi sono arrivati in Italia a settembre, quando il Paese pareva andare in tocchi, e che questo si percepisce: se non nelle loro immagini, nei loro commenti, perché non è raro che si chiedano come mai qui si disprezzi tanto la classe politica.
C’è però molto altro. La mamma, intanto, che nella sua versione made in Italy produrrà pure molti bamboccioni ma è comunque una Fata Turchina multitasking. «Sono arrivati con in testa le scene dei film e le madri mediterranee ai fornelli sottolinea Pirola - e hanno scoperto che queste signore facevano bene da mangiare, eccome, ma lavoravano pure fuori casa e si occupavano del mondo. Meglio delle loro, insomma».
Per quanto riguarda i figli di queste supermamme, ebbene sì: ai loro coetanei boliviani o berlinesi sembrano qualche volta poco motivati, poco aggressivi, non troppo concentrati sullo studio, carenti nelle lingue. Un 40% ne rileva la difficoltà a rendersi indipendenti, il 25% li definisce «proprio dei mammoni», il 24 «troppo frivoli e attenti alla moda», il 31 scarsini nelle lingue.
Però c’è l’altro lato della medaglia, perché è difficile trovare gente così ospitale (lo dice il 37% degli interpellati) e anche così originale nel modo di pensare (per il 19). Pesa molto (24%), la voce «condizionamento della vita degli italiani da parte della politica», per come incide sul malumore nazionale.
C’è poi il fondamentale capitolo del cibo, e non è questione di golosità, ma di rapporti sociali. Da nessuna parte, ci viene ricordato, il clan si raccoglie attorno al desco due volte al giorno: qui ancora succede, se non nelle grandi città, almeno in provincia, e colpisce. I mercati all’aperto e le aziende agricole invitano all’immagine d’effetto, come certe olive di Marsala che hanno incuriosito la brasiliana Marcella Pantarotto.
Attenti al rispetto della natura (la civetta su sfondo innevato di Linnea Leino, finlandese) e romantici (un lucchetto mocciano su una veduta di Firenze), i «boys» e le «girls» di Intercultura sono sensibili alle minoranze etniche e linguistiche: la thailandese Watzapon Pengleng ha fotografato la doppia insegna di Vacile, in italiano e in friulano, e ha intitolato l’opera «Il gno paîs», il mio paese.
I pregiudizi si sciolgono dolcemente. Nel frattempo, parte la campagna per cercare le prossime famiglie adottanti: chi è tentato dall’idea di ritrovarsi in casa un giovane ospite, e magari un futuro Cartier-Bresson, peschi le informazioni al sito www.intercultura.it/Aggiungiun-posto-a-tavola/
(Fonte)
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