lunedì 21 maggio 2012

Razzismo, violenza e sequestri di persona in un commissariato


TRIESTE – Una storia connotata da razzismo e violenza ne ha fatte emergere altre 49 altrettanto efferate per le quali il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia invoca, davanti alla questura, in primo luogo umanità e, di conseguenza, giustizia.

L’atrocità si è svolta tra le pareti del commissariato di Opicina. Alina Bonar,  32enne  scarcerata 2 giorni prima all’esito di una sentenza di patteggiamento inerente ad un giudizio che la vedeva implicata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, riconquistata la libertà viene prelevata da una volante, su disposizione del responsabile dell’ufficio immigrazione Carlo Baffi, e reclusa nella stanza di controllo del commissariato.
Ufficialmente il provvedimento sarebbe stato preso nell’attesa dell’udienza davanti al giudice di pace, ma non solo tale udienza non è stata fissata, non risulta neanche richiesta.

La ragazza, istituzionalmente sequestrata, è stata ritrovata priva di vita. Alina, le cui condizioni di particolare vulnerabilità erano ben note, si è uccisa impiccandosi con una cordicella attaccata ad un termosifone dopo quaranta lunghissimi minuti di agonia. Ciò che ha dell’incredibile è la presenza, nella stanza in cui era rinchiusa, di telecamere di sorveglianza che, attraverso un circuito interno, mostravano su di un monitor la “cella”, ma pare che nessuno abbia nel frangente controllato il videoterminale.

Il tutto sarebbe già abbastanza, ma non finisce qui. Quando il pm Massimo De Bortoli si è presentato al commissariato con al seguito vari finanzieri e due agenti di polizia per perquisire gli uffici e comunicare al funzionario l’apertura di un fascicolo a suo carico, relativo ad un’indagine per sequestro di persona e omicidio colposo, sono emersi altri 49 casi di cittadini immigrati illegalmente trattenuti.

Al termine della perquisizione sia dell’ufficio sia dell’abitazione di Carlo Baffi è emersa una quantità incredibile di materiale pro fascista: un fermacarte con il fascio littorio, un cartello con l’immagine del “duce” e la scritta “Ufficio epurazione”, busti e manifesti raffiguranti Mussolini, una serie di libri e volumi a chiaro tema fascista, antisemita e razzista.

I fatti, accaduti più di un mese fa ma solo ora emersi, hanno scosso tutti i cittadini di Trieste che chiedono chiarezza, risposte e che tali vicende non rischino di ripetersi in nessun luogo. A tale scopoil Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia ha avviato un’interrogazione dal titolo “Fare piena luce sulle circostanze connesse alla tragica morte di una cittadina ucraina avvenuta nel Commissariato di Opicina”.

Davanti alla questura di Trieste si è tenuto, inoltre, un presidio di protesta. Le parole contenute nella lettera di richiesta di adesione alla manifestazione rispecchiano in pieno lo stato d’animo di tutti i cittadini e la sete di umanità e giustizia: “Esprimere questa repulsione, per porre delle domande precise al questore dal quale pretendere delle risposte precise, per pretendere che Baffi non resti a dirigere l’ufficio immigrazione. Per dire forte che questo “sistema” deve cessare immediatamente, che ci ripugna essere i guardiani armati della Fortezza Europa, nessun essere umano è illegale, che banditi debbono essere il razzismo, i sequestri, la ferocia […] Noi restiamo umani. Già restiamo umani in un tempo dalla viva disumanità”


(Fonte)

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